Il trapianto di cellule staminali emopoietiche: verso la cura della persona

A cura di

Dott.ssa Giorgia Saporiti
Responsabile SS Centro Trapianti di Midollo e Terapie Cellulari
S.C. Ematologia, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano

Prof. Francesco Onida
Professore Associato di Ematologia
Università degli Studi di Milano
Direttore S.C. Ematologia
ASST Fatebenefratelli-Sacco Milano

Affrontare un trapianto di cellule staminali emopoietiche (HSCT) non significa solo affrontare una terapia complessa: significa intraprendere un percorso profondo, che coinvolge la persona nella sua interezza e complessità dove corpo, mente ed emozioni si intersecano all’interno di un contesto sociale unico e indissociabile.

Una cura che nasce dal dialogo

Il trapianto viene generalmente proposto con l’obiettivo di guarire malattie per le quali non esistono cure risolutive, per malattie resistenti alle terapie convenzionali e per alcune malattie ereditarie del sistema immunitario o dei globuli rossi. È un’opzione importante e spesso risolutiva per molte malattie del sangue.

Ma non si decide mai da soli. Il percorso verso il trapianto è fatto di ascolto reciproco, momenti di confronto e spiegazioni chiare. Il rapporto medico-paziente è fondamentale: basato sulla fiducia, sul tempo dedicato, sulla comprensione reciproca. Ogni paziente ha la sua storia clinica, ma anche la sua storia personale. È compito dei medici e degli infermieri tener conto di entrambe.

Cos’è il trapianto, in parole semplici

Le cellule staminali emopoietiche sono cellule in grado di dare origine a tutte le cellule del sangue: globuli rossi (che trasportano l’ossigeno), globuli bianchi (che ci difendono dalle infezioni) e piastrine (che aiutano a bloccare i sanguinamenti).

Se il midollo osseo è malato o non funziona più, possiamo sostituirlo con cellule sane – del paziente stesso (trapianto autologo) o di un donatore compatibile (trapianto allogenico). È un processo delicato, ma può rappresentare una vera possibilità di guarigione.

Come funziona il trapianto, passo dopo passo

Fase dopo fase, ecco come funziona il trapianto di cellule staminali emopoietiche.

Preparazione (condizionamento)

Al momento del ricovero per il trapianto, anzitutto si procede al posizionamento di un catetere venoso centrale (CVC), un tubicino che attraverso le vene del collo arriva al cuore e che permette l’infusione dei farmaci da somministrare endovena, ma anche le cellule che compongono il trapianto e le successive trasfusioni di globuli rossi e piastrine. 

Dallo stesso CVC possono anche essere eseguiti la maggior parte dei prelievi di sangue necessari al controllo degli esami lungo tutto il percorso del ricovero ospedaliero. L’inserimento del CVC viene fatto in anestesia locale, e di solito non è doloroso. Una volta posizionato, il catetere viene fissato con un sistema adesivo di bloccaggio e può rimanere in sede per diverse settimane. È importante mantenerlo pulito e disinfettato con medicazioni regolari, per ridurre il rischio di infezioni o occlusioni.

Successivamente al posizionamento del CVC, si procede alla fase di preparazione al trapianto – che di norma richiede pochi giorni – chiamata terapia di condizionamento, che comprende la somministrazione di chemioterapia e/o immunoterapia, e che talora può includere anche una radioterapia (irradiazione corporea totale). Essa serve a “ripulire” il midollo osseo e distruggere il sistema immunitario del paziente, così da prepararlo a ricevere le nuove cellule. Può essere più o meno intensa a seconda dell’età, del tipo di malattia per cui viene eseguito il trapianto, e delle condizioni del paziente (condizionamento “mieloablativo” o a ridotta intensità). Gli effetti collaterali più comuni sono nausea, stanchezza, inappetenza e stitichezza.

Infusione

Le cellule staminali emopoietiche vengono infuse per via endovenosa, come una trasfusione. È una procedura semplice, anche se può causare qualche fastidio temporaneo soprattutto se le cellule sono scongelate e quindi infuse insieme al conservante che può causare nausea, sapore sgradevole, bradicardia e pressione alta.

Fase di aplasia

Nei giorni successivi, i globuli bianchi scendono al minimo e il corpo rimane privo di difese. In questa fase il paziente è molto fragile e deve restare in isolamento per ridurre il rischio di infezioni. 

Si ricevono trasfusioni, farmaci antibiotici, e farmaci sintomatici. Nella fase di aplasia i fastidi più frequenti sono in genere legati ad una possibile mucosite (infiammazione della bocca e dell’intestino, talora con diarrea), e alla stanchezza, oltre che all’eventuale comparsa di febbre associata ai possibili episodi infettivi.

Attecchimento

Dopo circa 2-3 settimane, le nuove cellule staminali cominciano a produrre globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. La comparsa dei globuli bianchi (neutrofili) è il primo segnale positivo.  È un momento chiave: significa che il trapianto ha iniziato a funzionare!

Come si vive in reparto?

Il reparto trapianti è un luogo di cura protetto: le camere sono singole con aria filtrata per ridurre la carica microbica e la giornata si articola su indicazioni e regole precise per limitare al massimo i rischi di infezione.

Ogni giorno infermieri e medici, con l’aiuto di una psicologa dedicata, sono a disposizione per affrontare insieme i piccoli grandi problemi che questo percorso di cura porta con sé. 

Perché durante e dopo il trapianto il paziente ha bisogno soprattutto di presenza, attenzione, stabilità emotiva. Famigliari e amici diventano così parte attiva e insostituibile della cura: sostengono nei momenti difficili, proteggono, accudiscono e rassicurano nei momenti di maggior fragilità, accompagnano e a volte guidano il ritorno alla normalità.

Le sfide del dopo trapianto

Dopo il trapianto inizia una fase di ricostruzione, sia fisica, che psicologica.  È un tempo di attesa e pazienza, ma anche di ripresa e rinascita.

Il sistema immunitario si rigenera lentamente e per i primi mesi rimane fragile. Questa fase si chiama ricostituzione immunologica e varia molto da persona a persona.

Le principali complicanze della fase successiva al trapianto possono includere:

  • Infezioni: Nei primi mesi si resta particolarmente vulnerabili alle infezioni, motivo per cui vengono somministrati farmaci antibiotici, antivirali e antimicotici di prevenzione.
  • Malattia da trapianto contro l’ospite (GvHD): La GvHD può manifestarsi quando le cellule del donatore non riconoscono l’organismo del paziente e iniziano ad attaccarlo. Nelle forme acute, più frequenti nelle prime settimane dopo il trapianto, può colpire pelle, fegato e intestino; nelle forme croniche, che possono intervenire anche a distanza di molti mesi, più spesso sono interessati la bocca o gli occhi, ma possono essere coinvolti anche altri organi. Per cercare di prevenire la GvHD, durante i primi 3-6 mesi dopo il trapianto il paziente riceve farmaci immunosoppressori. Anche il trattamento della GvHD, qualora si manifesti nonostante la profilassi, si basa sull’utilizzo di ulteriori farmaci cortisonici e immunosoppressori, associati a terapie di supporto.

Nella fase successiva al trapianto i medici e gli infermieri sono pronti ad intervenire per favorire la ripresa, accompagnando il paziente e la sua famiglia attraverso le difficoltà e i piccoli grandi intoppi che incontreranno.

Anche dopo la dimissione nei primi mesi sono fondamentali i controlli regolari, l’attenzione all’igiene e il rispetto di alcune regole (alimentazione, contatti sociali, ambiente domestico). Con il tempo, le difese immunitarie si ristabiliscono e la vita torna progressivamente alla normalità.

Una parte importante della ricostituzione è rappresentata dai vaccini post-trapianto: dopo circa 6-12 mesi si ricomincia un calendario vaccinale simile a quello dei bambini, per “rieducare” il sistema immunitario a difendersi.

È fondamentale tenere sempre a mente che ogni passo avanti, anche piccolo, ha un valore enorme.

Ogni trapianto è una scelta importante, condivisa tra medico, paziente e famiglia. Nessun percorso si affronta da soli. Il dialogo, l’ascolto, il tempo dedicato a spiegare e rispondere sono parte integrante della cura.

Per questo crediamo che il rapporto umano sia il cuore della medicina: non solo protocolli, ma persone che si incontrano.

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